Sotto scorta da 21 anni, Marisa Manzini, è una donna straordinaria che combatte contro la criminalità organizzata calabrese usando anche lo strumento del dialogo. Per amore della giustizia, 27 anni fa ha abbandonato la sua terra, il Piemonte.  Procuratore aggiunto a Cosenza, riceve di continuo dal 1999 sotto scorta a causa delle indagini nei confronti dei clan di ‘ndrangheta di Lamezia Terme, è convinta di come con il dialogo si possa (e debba…) incidere anche sul tessuto della criminalità organizzata calabrese. Ed aggiunge: <<Serbo ancora la speranza che le donne e gli uomini di Calabria possano continuare a credere che la potenza della parola possa mutare il volto oscuro e nascosto di questa meravigliosa terra>>.       
Manzini: <<Uno dei più forti deterrenti contro la criminalità organizzata calabrese è l’utilizzo del dialogo con le forze giovani e sane della regione, che non mancano certo. Anche per fare breccia nell’universo familistico della ‘ndrangheta>>.  

<<Ho scoperto la Calabria, il suo paesaggio e la sua gente quando, nel 1993, sono arrivata alla Procura di Lamezia Terme per prendervi servizio quale Sostituto Procuratore della Repubblica. Il Mezzogiorno d’Italia, fino ad allora, era per me sconosciuto: avevo frequentato l’Università a Milano, svolto l’uditorato giudiziario a Torino, io che sono novarese di nascita e lombarda di ascendenze familiari>>.
Nelle parole di Marisa Manzini, forse si stenta a credere come un magistrato possa ancor oggi impersonare anche un ruolo pedagogico, e non limitarsi soltanto ad essere un mero esecutore di ordini superiori o attuatore di fredde norme codicistiche, soprattutto quando si è indagato il più potente e sanguinario clan di ‘ndrangheta che per anni ha dettato legge in uno degli angoli più affascinanti e turisticamente avanzati della penisola calabrese, un promontorio, quello della provincia di Vibo Valentia, sul quale la natura si è ingegnata al meglio delle sue possibilità. Ricevendone, platealmente, una condanna a morte…
Nativa di Novara, in magistratura dal 1991, Marisa Manzini ha ricoperto gli incarichi di Sostituto procuratore, a Lamezia Terme ed alla Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro, e di Sostituto procuratore generale a Catanzaro: inoltre, quale sostituto procuratore della Dda di Catanzaro, venne applicata al territorio di Vibo Valentia. Dal 2015 è Procuratore aggiunto della Repubblica a Cosenza, avendo ricoperto, per un anno, il ruolo di consulente presso la Commissione parlamentare antimafia. Già direttrice del comitato scientifico di corsi di Alta Formazione sul fenomeno mafioso della Fondazione della Università Magna Graecia di Catanzaro, è autrice di articoli e di saggi su periodici, e partecipa attivamente ad incontri con i giovani volti a diffondere la cultura della legalità.

Panorama.it l’ha incontrata per cercare di capire quanto difficile sia, ancora oggi, la lotta alla criminalità calabrese, nonostante gli indubbi successi che lo Stato sta raccogliendo negli ultimi anni.

Dottoressa Manzini, pare di capire che per lei la Calabria, all’epoca, non fosse proprio dietro l’angolo…
<<Scoprii la Calabria, il suo paesaggio e la sua gente a partire dal gennaio del 1993, quando presi servizio alla Procura di Lamezia Terme quale Sostituto Procuratore della Repubblica. Il Mezzogiorno d’Italia, fino ad allora, era per me sconosciuto: avevo svolto l’uditorato a Torino e, prima, l’Università a Milano>>.
Anni di scelta non agevoli per un giovane magistrato.
<<Il mio cuore mi portava in Sicilia: avrei dovuto optare per la sede nel luglio del 1992, pochi giorni prima della strage di via d’Amelio, dopo che il 23 maggio Cosa Nostra aveva ucciso già ucciso Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo e gli uomini della sua scorta. Per molti dei giovani magistrati che dovevano scegliere la sede e che avrebbero voluto dedicarsi al penale, la Sicilia esercitava una forte attrazione ideale>>.
Ed invece…
<<Ed invece, quando venne il mio turno, i posti presso la Procura di Palermo erano già stati tutti occupati. Su consiglio di un collega anziano, cui avevo manifestato il mio desiderio di occuparmi di indagini sulle mafie, scelsi la Calabria e nel gennaio del 1993 arrivai a Lamezia Terme>>.
Clima da “prima linea” in quegli anni…
<<Appena dodici mesi prima, il 4 gennaio del 1992, era stato ucciso, in un agguato, l’Ispettore della Polizia di Stato Salvatore Aversa insieme alla giovane moglie Lucia Precenzano. Pensiamo al clima che si respirava! Ma decisi che dalla Calabria avrei voluto iniziare e dalla Calabria non me ne sono più andata…>>.
Nel 2003 approda alla Procura distrettuale di Catanzaro.
<<Dopo 10 anni a Lamezia Terme, su domanda fui trasferita nel capoluogo con il ruolo di sostituto Procuratore presso la Direzione Distrettuale Antimafia di Catanzaro e mi venne assegnata la competenza sul territorio della provincia di Vibo Valentia>>.
Altro fronte caldo…
<<Fu proprio in quel contesto che iniziai a svolgere indagini che mi portarono a ricostruire le vicende di numerose organizzazioni criminali, a carattere famigliare, appartenenti alla ‘ndrangheta, su tutte il temibile clan Mancuso di Limbadi. E da quella lunga e pericolosa esperienza è nato il libro “Fai silenzio ca parrasti assai”>>.
Un titolo forte da un messaggio forte rivoltole…
<<Il titolo del libro, pubblicato per Rubbetino nel 2018, origina dalla frase pronunciata nei miei confronti dal boss della ‘ndrangheta vibonese Pantaleone Mancuso, detto Scarpuni, nel corso del processo che lo vedeva imputato di associazione mafiosa: la cosca Mancuso è una delle principali famiglie ‘ndranghetiste, originaria di Limbadi, in provincia di Vibo Valentia, divenuta la cosca dominante sull’intera provincia vibonese, tra le più pericolose dell’intero panorama ‘ndranghetistico>>.
Da una minaccia mica tanto velata…
<< “Scarpuni” si trovava in video-conferenza dalla casa circondariale de L’Aquila, detenuto in regime di carcere duro: nel processo io svolgevo le funzioni di Pubblico ministero e l’attacco violento che mi rivolse nasceva dalla volontà di impedire che emergessero situazioni gravi riguardanti il suo gruppo famigliare>>.
Anzi, una progressione minacciosa!  
<<Ecco perché quelle frasi violente e cariche di odio, ripetute ossessivamente: “Fai silenzio, fai silenzio, fai silenzio ca parrasti assai, hai capito ca parrasti assai? “Zitta, zitta, zitta che hai parlato già troppo! Hai capito che hai parlato troppo?”>>.
Stentiamo a crederle! Apostrofata e zittita nel corso di un processo in cui lei rappresentava la pubblica accusa!  
<<Esattamente: il 10 ottobre 2016, nell’ambito del processo “Black Money” contro la cosca, Pantaleone Mancuso, per dimostrare il proprio potere, seppur ristretto in carcere e sottoposto al regime duro, lanciò un messaggio chiaro alla comunità, rivolgendosi al pubblico ministero del processo, cioè a me, con la frase “Fai silenzio, fai silenzio, fai silenzio ca parrasti assai, hai capito ca parrasti assai? Fai silenzio ca parrasti assai>>. Frasi che denotano il terrore che le cosche nutrono nei confronti delle parole, di chi parla>>.
Due anni esatti dopo, il libro fu dato alle stampe!
<<L’opera fa leva proprio sulla forza delle parole, per imprimere alla lotta contro la criminalità organizzata una vera e propria accelerazione culturale e sociale: non solo si restituisce al mittente l’affronto subito, ma lo si carica di una forte connotazione culturale, proprio laddove la paura, l’indifferenza, l’omertà rappresentano i tasselli sui quali la ‘ndrangheta ha costruito un impero praticamente mondiale>>.
Un attacco a lei ed allo Stato…
<< Con quella frase, il Mancuso intendeva allo stesso tempo intimidire chi rappresentava lo Stato italiano nell’aula di Giustizia e lanciare all’esterno, su quello che riteneva il suo territorio, un chiaro messaggio di attuale potenza oltre che un richiamo al rispetto della legge mafiosa del silenzio e dell’omertà>>.
Siamo ad una nuova fase nella comunicazione giudiziaria?
<<Fu all’epoca che mi convinsi della necessità di usare la scrittura per rompere, appunto, il muro di omertà che rende, ancor oggi, invincibile la ‘ndrangheta>>.
Complimenti per la dedica…
<<A tutti i giovani calabresi, con l’augurio di realizzare i sogni di libertà che devono accomunare tutti gli abitanti di questa meravigliosa terra di del Sud>>.
Il libro metafora non solo della sua vicenda personale…
<<Si leggono storie di uomini e donne che, dopo avere subito per anni vessazioni e gravi minacce dalla ‘ndrangheta, sono divenuti testimoni di giustizia, e di altri che, dopo avere commesso crimini atroci, hanno deciso di allontanarsi dai gruppi di appartenenza per diventare collaboratori di giustizia>>.
Ha gettato luce anche sull’universo femminile…
<<La mia esperienza di magistrato ed il libro esaminano con attenzione il ruolo delle donne, raccontando soprattutto le storie di alcune di esse legate ai clan di ‘ndrangheta. Il ruolo ricoperto dalla donna, sia essa interna al gruppo ovvero vittima dell’associazione mafiosa, con il passare del tempo è cambiato>>.
Cambiato in che modo?
<<La donna, anche interna ai clan, sta acquisendo maggiore consapevolezza circa la sua capacità di influenzare le sorti della società: e proprio tale consapevolezza sta inducendo talune donne, legate a uomini di ‘ndrangheta, ad assumere una posizione di rifiuto dei disvalori tipici della mafia>>.
Cambio di mentalità!
<<Il ruolo di supporto e di sostituzione degli uomini inizia ad andare stretto a chi comprende di essere usata. Anche quelle che apparentemente ricoprono ruoli di capi, in realtà sono totalmente sottoposte ad una cultura maschilista, in cui vige il dovere di ubbidienza della donna nei confronti di padri e fratelli, che dettano anche le scelte più private, compresa quella del marito da sposare>>.
Una di queste donne di ‘ndrangheta l’ha colpita!
<<La vicenda che più di ogni altra mi ha turbata e che, al tempo stesso, mi induce a ritenere che la ‘ndrangheta sia destinata a perdere la sua potenza, è quella che ha avuto quale protagonista Santa Buccafusca, detta Tita, proprio la moglie di Pantaleone Mancuso>>.
Era una donna di vertice, ovviamente!
<<Tita aveva vissuto una vita da regina, moglie del capo della famiglia ‘ndranghetista, omaggiata e riverita dai sudditi del marito. Ad un certo punto della sua esistenza, però, dopo la nascita del suo primo bambino, aveva capito che, in quella famiglia, il futuro del figlio sarebbe stato segnato: carcere o morte>>.
Qualche cosa era scatta in Tita…
<<Una mattina, ebbe il coraggio di allontanarsi dalla sua abitazione e rivolgersi alla Stazione dei carabinieri di Nicotera, nel vibonese, appunto, luogo ove risiedeva, e chiedere la protezione dello Stato, affermando che era sua intenzione collaborare con la giustizia!>>.
Donna-coraggio che diventa subito obiettivo…
<<Svolta epocale nelle indagini sulla famiglia Mancuso e clamore senza eguali all’interno del gruppo criminale!  In quel periodo, stavo proprio svolgendo indagini su quella famiglia e insieme ai Carabinieri del Ros, che collaboravano con me, decisi di trasferire subito Tita in un luogo sicuro, insieme al suo bambino>>.
Tita cercò di far breccia anche nel cuore del marito?
<<Tita manifestò la volontà di ritornare a casa: voleva parlare con il marito, voleva convincerlo a seguirla nella sua scelta, non voleva allontanare d’improvviso il suo bambino dal padre>>.
Provaste a fermarla?
<<Malgrado i tentativi compiuti per dissuaderla, da me a dagli uomini del Ros, Tita rimase della sua opinione. Tornò a casa, a Nicotera. Esattamente un mese dopo, venne trovata dal marito in fin di vita, nel bagno della sua casa, dopo avere ingerito acido muriatico!>>.
Lei gira molto per le scuole: la speranza va coltivata sin dai banchi di scuola?  
<<Parlare di ‘ndrangheta nelle scuole; trattare, con i ragazzi, delle conseguenze devastatati che le mafie hanno prodotto nella società e nella vita politica, dei falsi miti che porta appresso, rappresenta l’unica possibilità di formare nuove classi dirigenti più consapevoli e pronte a contrastare la ‘ndrangheta. Significa avviare un cambiamento nella cultura di un popolo che deve combattere e rifiutare l’etichetta di mafiosità>>.
A proposito di comunicazione, il libro reca una colta prefazione.
<<E’ quella dell’allora Procuratore generale di Catanzaro Otello Lupacchini, -ben noto per essersi occupato, tra l’altro, del caso-Moro, della temutissima Banda della Magliana, degli omicidi del banchiere Roberto Calvi e del giuslavorista Massimo D’Antona- che del testo ha curato la prefazione. Lupacchini evidenziò come “a differenza delle altre mafie, la struttura interna a ogni cosca poggia sui membri di un nucleo familiare legati tra loro da vincoli di sangue, le ‘ndrine”>>.
C’è speranza in Calabria?
<<Questa storia deve servire per riflettere e fare sperare nella possibilità di un cambiamento che parta proprio dall’interno delle famiglie di ‘ndrangheta. Il mio proponimento è quello di offrire alle nuove generazioni, attraverso la conoscenza, gli strumenti per poter trasformare la Calabria. Perché si cambia se si conosce…>>.

Panorama.it                                            Egidio Lorito, 22/09/2020

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