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Filosofia della scienza, ovvero disciplina filosofica che studia i fondamenti, gli assunti e le implicazioni della scienza, sia con riguardo alle scienze naturali -come fisica e biologia- sia con riguardo alle scienze sociali come psicologia o economia. La filosofia della scienza indaga su come avviene la conoscenza scientifica, cerca di spiegare la natura dei concetti e delle asserzioni scientifiche, i modi in cui essi vengono prodotti: come la scienza spiega la natura, come la predice e come la utilizza per i suoi fini;i mezzi per determinare la validità delle informazioni;la formulazione e l’uso del metodo scientifico;i tipi di ragionamento che si usano per arrivare a delle conclusioni;le implicazioni dei metodi scientifici con modelli dell’ambiente scientifico e della società umana circostante.

Questa la chiave di lettura della parabola scientifica di Giulio Giorello, milanese, classe 1945, filosofo e matematico, allievo di quel Ludovico Geymonat (1908-1991) che la storia della filosofia contemporanea ricorda come una delle personalità di maggior rilievo: uno dei Maestri, insomma. Ci siamo rincorsi per qualche giorno tra cellulari e ufficio stampa del suo editore milanese, Raffaello Cortina: poi la tanto attesa conversazione, grazie all’imbeccata del suo collega Massimo Donà che molto gli deve in termini di approccio filosofico. E Giorello è un fiume in piena: “sono nato a Milano nel 1945, mi sono laureato in Filosofia nel 1968 e nel 1971 in Matematica, rispettivamente all’Università Statale di Milano e nell’Ateneo di Pavia, poi ho insegnato in varie Facoltà: Meccanica Razionale ad Ingegneria a Pavia, Matematica Elementare alla Facoltà di Scienze Matematiche, Fisiche e Naturali di Catania dove ho preso possesso della mia prima Cattedra, poi a Milano, nell’ateneo dell’Insubria di Varese, a Camerino ed attualmente, nella città meneghina, sia alla Statale che al Politecnico, sempre con insegnamenti come Storia della Scienza e Storia del Pensiero Scientifico. Dal punto di vista della carriera giornalistica -che mi vede attualmente editorialista del Corriere della Sera- ho iniziato sulle pagine del Secolo XIX di Genova, su La Stampa di Torino e sul Il Manifesto;sono consulente per le voci di filosofia per l’Enciclopedia Einaudi e dirigo la collana “Scienza e Idee” presso l’Editore Raffaello Cortina presso cui sta per essere pubblicato, neanche a farlo apposta, un libro di un Suo conterraneo, il professor Nuccio Ordine -che insegna nell’ateneo di Arcavacata- dedicato a Piero Favre ed a Giordano Bruno, cioè a due grandi figure del pensiero occidentale -il primo, poeta francese ed il secondo filosofo originario di Nola- dal titolo “Contro il Vangelo Armato. Giordano Bruno, Ronsard e la religione”: non è un caso che verrà pubblicato il 17 febbraio, in concomitanza con la ricorrenza del rogo di cui fu vittima Bruno in quel di campo dei Fiori, a Roma. Si tratta di un libro colto, preciso nella ricostruzione del pensiero di Giordano Bruno, che contiene anche -e direi, soprattutto- un messaggio contro ogni fondamentalismo religioso e politico. Ai tempi di Bruno, l’estremismo dei protestanti era la vittima sacrificale della società del tempo, poi la storia ha dato esempio di altre forme di fontamentalismo: oggi, a guardare il mondo globalizzato, bisogna tener conto che il fondamentalismo politico-religiso produce disastri non soltanto nella vecchia Europa, quanto anche su scala mondiale ed alludo certamente al rischio del fondamentalismo islamico, ma anche a quello di altre religioni e di tradizioni politiche;dopotutto esiste un’esaltazione di una parte della democrazia occidentale che vorrebbe esportare il proprio sistema con le bombe! Questo è un fondamentalismo non meno pericoloso di altre forme apparentemente più arcaiche per come le abbiamo conosciute nella storia. Quindi, schierarsi contro il “Vangelo Armato”, significa prendere posizione contro ogni forma di fondamentalismo, per una convivenza più giusta, per un rispetto delle future generazioni nella reciproca diversità, con la convinzione che non si arrivi ad una vera e propria guerra di cultura: lo strumento della reciproca convinzione e della tolleranza dovrebbe, invece, condurre, ad un proficuo scambio culturale. Qualcuno chiama tutto ciò “meticciato”, cosa che rappresenta uno dei germi più vivi in campo artistico, storico, filosofico, scientifico, e talvolta anche nel campo della moda. Questo è il senso dell’opera di Nuccio Ordine, che pubblicheremo nella collana Scienza ed Idee che dirigo: Idee per le grandi culture e Scienza intesa non solo letteralmente, ma anche pratica di pensiero che ha contribuito a cambiare la nostra stessa forma mentis nel corso dei secoli”. Da allievo di Geymonat, non posso non chiderLe, Professore, che tipo di rapporto ha avuto con il suo Maestro… “Si è trattato, indubbiamente, del rapporto più stimolante mai intessuto nel corso della mia vita, per il semplice motivo che da Lui non si smetteva mai di imparare, anche quando si sono verificati contrasti profondi e le assicuro che non sono mancati! Lei mi fa ritornare ad un tempo in cui la politica divideva proprio su basi ideologiche non certo -come oggi- sulla sola appartenenza partitica: ai nostri giorni si ravvisa più che altro una zona grigia tra le diverse, pare due, opzioni politiche, ma mancano grandi progetti e sono convinto -senza scontentare nessuno- anche grandi politici. Al tempo di Ludovico, c’erano ancora i progetti, c’erano le ideologie e c’erano politici coraggiosi che hanno pagato il loro coraggio anche con la vita: tenga presente che ho conosciuto e frequentato Geymonat sin dal Liceo, il Berchet di Milano: eravamo in assemblea quando giunse dall’America la tragica notizia dell’omicidio di John Fitzgeral Kennedy, a Dallas, quel 22 novembre del 1963. La sua figura, insieme a quelle di Giovanni XXIII e Martin Luther King, illuminavano la scena mondiale, e capisce bene cosa provocavano in noi che ventenni non eravamo ancora… Oggi, di figure carismatiche, ne vedo effettivamente poche. Da Ludovico, proprio in quegli anni, iniziavo ad apprendere il pensiero filosofico e ricordo contrasti durissimi, anche per le diverse scelte di campo politico: ma dal mio Maestro ho appreso l’essenzialtà di coniugare la filosofia con la scienza e nel mio piccolo ho cercato di seguire la sua strada, di filosofo e matematico e spero di avergli fatto onore;ho avuto l’onore di collaborare alla Grande Storia del Pensiero Filosofico e Scientifico, pubblicata in più volumi da Garzanti, con due lunghi articoli dedicati a Karl Popper ed alla filosofia in lingua inglese post-popperiana;successivamente -eravamo già nel 1981- insieme al caro e compianto amico Marco Mondadori, pubblicammo un’intervista di Geymonat, per il Saggiatore, dal titolo “Paradossi e rivoluzione”: ripercorremmo le sue esperienze di vita, la sua formazione a Torino con il logico Giuseppe Peano, poi la scelta di andare ad incontrare i nuovi filosofi di lingua tedesca che si occupavano di Filosofia della Natura, in Austria, Paese in cui entrò in contatto con Moritz Schlick che fu assassinato da un fanatico all’uscita della sua Facoltà a Vienna;tra i due nacque un rapporto profondo, cosa che gli permise di importare nel nostro Paese le idee del c.d. Positivismo Logico;ma discutevamo anche degli anni della guerra partigiana, di quelli della fine del Fascismo, degli inizi della democrazia in cui Ludovico credeva di rinnovare la ricerca scientifica e politica. Ma si scontrò con il conformismo della cultura accademica, con tradizioni filosofiche che risalivano alla sterile condanna che Benedetto Croce aveva espresso sulla ricerca scientifica e questo germe del crocianesimo non solo si annidava negli ambienti reazionari ma anche negli stessi intellettuali militanti nell’allora Partito Comunista Italiano. Di qui la sua battaglia per cambiare, dall’interno, quel partito e quando si rese conto di non potervi riuscire, ecco la decisione di opporsi duramente da sinistra in nome di una cultura della sinistra che fosse più aperta -di quanto non lo fosse effettivamente- nei confronti delle conquiste della scienza e della tecnica. Ludovico realizzò questo suo sogno, non tanto sul piano politico quanto su quello culturale, quando presso la Mondadori portò a compimento l’imponente Enciclopedia della Scienza e della Tecnica, diretta da Edgardo Macorini: un grande lavoro per la cultura italiana e sono convinto che se oggi possiamo fare della buona divulgazione scientifica, chiedere a colleghi che sono grandi scienziati di scrivere un testo chiaro, leggibile e profondo, lo dobbiamo anche a personalità come Geymonat e Macorini, a quello che hanno fatto quando io ero ancora studente alla Statale di Milano, a metà degli anni ‘60”. Un fiume in piena, dicevo: così Giorello si è raccontato. Imponente, come il corpo delle sue pubblicazioni: nel 1974 escono i “Saggi di storia della matematica” (Fer), nel 1982 -per Unicopli- “Il pensiero matematico e l’infinito”;tre anni più tardi il celebre “Lo spettro e il libertino. Teologia, matematica, libero pensiero” (Mondadori), seguito l’anno dopo da “Le ragioni della scienza”, scritto proprio con il suo Maestro Geymonat;gli anni ’90 si aprono con “Le stanze della ricerca”, assieme a Claudio Ferrari ed Isabella Colonnello, per i tipi della Mazzotta Editore e con “Filosofia della scienza”, (Jaka Book);nel 1993 è la volta di un lavoro a tre assieme a Tullio Regge e Salvatore Veca, dal titolo “Europa universitas. Tre saggi sull’impresa scientifica europea” (Feltrinelli);nel 1994 Giorello pubblica prima “Quale Dio per la sinistra? Note su democrazia e violenza” con Pietro Adamo (Unicopli) e poi, per la Bompiani, “Introduzione alla filosofia della scienza”;tre anni dopo vede la luce il volume collettaneo -con Roberto Esposito, Carlo Sini, Angelo Longo- “Lo specchio del reame. Riflessione su potere e comunicazione”, mentre “Secessioni” è del 1998, uscito per il Saggiatore e scritto con Mario Ricciardi;gli anni ’90 si chiudono con “Epistemologia applicata. Percorsi filosofici”, con Michele Di Francesco (Cuem) mentre nel 2001 esce per la Bompiani, “I volti del tempo”, con Elio Sindoni;il successivo “La filosofia della scienza nel XX secolo” (Laterza), è scritto con Donald Gillies, mentre due anni dopo analizza “Prometeo, Ulisse e Gilames. Figure del mito” (Raffaello Cortina);nel 2005 esce “Di nessuna chiesa. La libertà del laico” (Raffaello Cortina), mentre le uscite datate 2006 sono -rispettivamente- “Dove fede e ragione si incontrano?”, con Bruno Forte (San Paolo Edizioni), “Introduzione alla filosofia della scienza” (Bompiani) e “La libertà della vita” con Umberto Veronesi (Raffaello Cortina). Karl Raimund Popper ha affascinato generazioni di lettori: immagino Lei! “Le racconto un aneddoto: una della prime volte che Karl Popper giunse in Italia, mi concesse una lunga intervista, allora pubblicata su “La Stampa” di Torino: un paginone in cui il filosofo viennese parlava dell’importanza dell’atteggiamento critico come molla tanto della buona scienza quanto di una società libera e democratica;successivamente mi recai a trovarlo, in Inghilterra, nel South London, e lo intervistai per una televisione indipendente su un tema a Lui molto caro, ovvero la filosofia che non è solo ripulitura del linguaggio come vogliono i filosofi analitici, ma anche cosmologia, cioè capacità di impegnarsi su e per il mondo: passammo in rassegna tutti i temi della ricerca scientifica, dai nuovi sino al dibattito sull’evoluzionismo e sul neo-darwinismo. Questa conversazione fu pubblicata su un numero speciale della rivista “Pantha”, diretta da Elisabetta Sgarbi. Come dimenticare, poi, le lunghe riflessioni sui suoi libri: ora qualche giovanotto di belle speranze ed un bel pò velleitario, si è spinto ad affermare che Popper sia addirittura superato, che sia stato importante, in Italia, solo per ragioni di arretratezza intellettuale del nostro Paese: ebbene, sbaglia clamorosamente, perchè basta vedere quanto sia penetrato il suo pensiero in tutti i ricercatori europei, come quelli di lingua inglese che lavorano sulle frontiere della conoscenza, come il matematico Roger Penrose o il neurofisiologo statunitense Ben Libet, del quale a giorni uscirà l’interessante “Mind Time”, che si può doppiamente tradurre come “stai attento al tempo!” o “il tempo della mente”;si tratta di un testo che analizza argomenti come il tempo, il movimento, la libera percezione, all’annoso problema del libero arbitrio, il tutto calato in una ricerca che procede da un esperimento all’altro. Si tratta di un fenomeno molto interessante, visto che molti dei vecchi problemi filosofici vengono oggi riformulati in maniera elegante e profonda da grandi scienziati: finalmente, filosofi e scienziati sono tornati a parlarsi, scardinando quel muro che voleva pensiero filosofico e scientifico assolutamente separati. Come con citare ancora “So quel che fai”, pubblicato proprio nella mia collana, che si occupa dei meccanismi con cui si riesce a sapere ciò che fa l’altro, scritto dal neurofisiologo Giacomo Rizzolati e dal filosofo Corrado Sinigaglia: due voci si fondono in una, rendere difficile capire quando parla lo scienziato o il filosofo”. Siamo alla fine del nostro incontro cartaceo, ma una domanda su John Stuart Mill e sul Saggio sulla libertà non può mancare… “Attualissimo, ora che stanno risorgendo minacce politiche e religiose che si addensano sul nostro pianeta: Mill indicava il singolo individuo come il padrone assoluto della propria vita e del proprio destino, pensiero che poi gli economisti hanno rivalutato e tradotto come “sovranità del consumatore”. Lo dico, perché sono rimasto del tutto sconvolto dalla rozzezza di espressioni come quella recente del poeta Sanguineti che ha affermato che i ragazzi di Tienammen si sarebbero ribellati, nel giugno del 1989, per il solo fatto di reclamare una bottiglietta di Coca Cola! E’ assurdo: quei giovani eroi si sono opposti, a mani nude, ai simboli della prevaricazione armata!”
La Provincia Cosentina Egidio Lorito

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