Per il politologo della Luiss «non vi è dubbio che vi siano ottime ragioni per augurarsi l’elezione dell’attuale premier a capo dello Stato». Perché «il ruolo del Presidente della Repubblica non è assolutamente simbolico».

Abruzzese-Molisano, classe 1947, laureatosi in Scienze politiche alla Cesare Alfieri di Firenze con Giovanni Sartori e specializzatosi negli Usa ad Harvard e a Berkeley, Roberto D’Alimonte ha insegnato dal 1974 al 2009 nell’ateneo fiorentino prima di approdare alla Luiss di Roma di cui è stato, sino al pensionamento, direttore del dipartimento di Scienze politiche. Già docente come visiting professor nei prestigiosi atenei statunitensi di Stanford e Yale, ha fondato il Centro italiano per gli studi elettorali ed attualmente è titolare, presso l’ateneo della Confindustria, dell’insegnamento di Sistema politico italiano, settore di studio in cui concentra la pluridecennale esperienza maturata in tema di sistemi elettorali. Considerato uno dei padri dell’Italicum, D’Alimonte ha risposto alle domande di Panorama.it, focalizzandosi, soprattutto, sullo stato di salute dei partiti quando ormai non manca molto alla nomina del nuovo inquilino del Quirinale.

Professore, domanda secca: meglio Draghi a Palazzo Chigi o al Colle?

«Vedo Draghi meglio al Quirinale, non ho dubbi. Certo, ci sono buone ragioni anche per una sua permanenza alla guida dell’esecutivo, come autorevolmente sostenuto, giusto qualche settimana addietro, dall’Economist: per l’autorevole settimanale economico inglese, l’Italia si sarebbe finalmente dotata di un premier “competente e rispettato a livello internazionale, capace di varare un profondo programma di riforme, di predisporre programmi di vaccinazione tra i più alti d’Europa e con un’economia che corre più di Francia e Germania”».

Se ha fatto breccia in terra d’Inghilterra…  

«Certo, a guardare solo il positivo clima internazionale che il premier è stato in grado di attirarsi, sarebbe meglio tenersi stretto Mario Draghi a Palazzo Chigi: i mercati e i nostri partner europei temono la discontinuità politica nel caso in cui Draghi cambiasse domicilio. Questa opinione è assolutamente condivisibile, ma c’è un però…».   

Lei spingerebbe Draghi al Quirinale, sembra di aver capito!

«Semplicemente perché penso che ci siano ragioni ancora più valide per cui Draghi possa servire meglio il paese come Capo dello Stato. Dal Quirinale potrebbe continuare a rappresentare il nostro Paese con l’autorevolezza e la credibilità che tutti gli riconoscono. E per sette anni».

Eppure la vulgata costituzionale presenta il Presidente come figura simbolica…

«Niente di più falso. Il ruolo del Presidente della Repubblica, a differenza di quanto molti credono, non è assolutamente simbolico. La Costituzione gli assegna poteri di primissimo piano, che, oltretutto, vengono a dilatarsi quando le elezioni danno un esito incerto o quando si verificano situazioni emergenziali come quella che stiamo vivendo in questi ultimi ventidue mesi. Penso che una personalità con la sua competenza, il suo equilibrio e la sua autorevolezza possa servire meglio il nostro Paese per sette anni al Quirinale che per un solo altro anno a Palazzo Chigi».

D’accordo sull’autorevolezza di Mario Draghi. Ma il tessuto politico, partitico, non pare essere di primissimo piano…

«Siamo costretti, ancora una volta, a puntare l’indice sull’annosa crisi dei partiti. Una crisi strutturale che non riguarda soltanto il nostro Paese, visto che il loro stato di salute è sostanzialmente lo stesso in quasi tutte le democrazie occidentali e la loro crisi rischia di avere effetti gravi sulla tenuta dello stesso regime democratico. Dall’altro lato, non credo che possa esistere una democrazia senza partiti: non è ancora arrivato il momento in cui la democrazia rappresentativa possa essere sostituita dalla democrazia diretta, nonostante internet».

Mal comune, mezzo gaudio, verrebbe da dire…

«Non è una grande consolazione. Ma il fatto che il fenomeno sia generalizzato ci fa capire che le cause non sono solo dovute alle nostre idiosincrasie: certo, ci sono anche quelle. In ogni caso, nonostante la loro debolezza, non siamo nelle condizioni di poter rinunciare ai partiti. Meglio sarebbe avere partiti forti, senza dubbio, partiti che possano assicurare maggiore stabilità e maggiore legittimità alle istituzioni. Partiti deboli invece sono sinonimo di instabilità. Ma, come ho detto, non credo a una democrazia senza partiti».

Professore, siamo d’accordo. Ma la situazione attuale sembra di totale sfiducia.

«Il momento che stiamo vivendo sembra un perfetto remake di quanto giù vissuto nel 1994 e nel 2013, quando due diversi momenti di crisi portarono, rispettivamente, all’emersione di partiti del tutto avulsi dal tradizionale contesto: capitò con Forza Italia e con la discesa in campo dell’imprenditore Silvio Berlusconi e, diciannove anni dopo, con la nascita del Movimento 5Stelle e con un leader come Beppe Grillo, che proveniva addirittura dal mondo dello spettacolo».

 

Vuole dire che la crisi accelera forme politiche alternative?

«Esattamente. Quando entrano in crisi i partiti tradizionali, nati e sviluppatisi secondo precise regole, così come gli elettori più anziani hanno conosciuto e noi politologi abbiamo studiato, allora è facile che emergano leadership politiche non convenzionali. E’ questo il contesto in cui possono verificarsi anche veri e propri episodi di rottura che fanno emergere nuovi cleavages, ovvero fratture sociali e politiche capaci di generare nuovi sistemi di partito. Secondo me oggi ci troviamo di nuovo in una fase caratterizzata da una fortissima domanda di cambiamento». 

Una domanda di cambiamento che punta a Mario Draghi…

«Certamente, ma l’attuale premier non sembra disposto a dar voce a questa domanda di cambiamento entrando direttamente nell’agone politico. D’altronde, Draghi non è un tradizionale leader politico e tanto meno vuole essere una figura dirompente come lo sono stati Berlusconi e Grillo. Non mi sembra proprio che abbia intenzione di seguire le loro strade, cioè di fondare un partito politico e scendere nell’agone elettorale nel 2023, o prima, in caso di voto anticipato».

Se lo immagina Draghi alla guida di una coalizione?

«Alla guida di una coalizione, per esempio come fece Prodi, no. Però sono convinto che, rebus sic stantibus, un suo partito, il ‘partito di Draghi’, potrebbe essere il primo partito del Paese, cosa che invece non riuscì al professor Mario Monti. Ma restiamo nel campo delle rappresentazioni mentali, visto che Draghi non ha nessuna intenzione di compiere questo passo».

E quindi aspettiamo Godot…

«La situazione è estremamente labile, magmatica, tanto che si potrebbe verificare qualunque situazione ad oggi neppure lontanamente prevedibile».

Domanda secca: ci faccia un nome senza aspettare eventi messianici…

«Mario Draghi, non ne ho altri. E torniamo ai blocchi di partenza».                      

Sembra essersi avvitati tutt’attorno ad una via senza uscita.

«Perché stiamo vivendo una fase di destrutturazione del sistema, con l’effetto che si possono verificare conseguenze inimmaginabili, comprese l’apparizione di figure sbucate dal nulla, capaci di coagulare questa voglia di cambiamento e novità. Con il rischio di rivelarsi del tutto effimere, passeggere».

Pare che si stiano raggiungendo livelli di personalizzazione della vita politica ben oltre ogni limite.

«Altro effetto a catena: si tratta di una delle derive facilmente verificabili in condizioni di questo genere, con tutta la vita politica di una nazione che ruota attorno a singole persone, Berlusconi, Grillo, Draghi. Con l’attenuante, nell’ultimo caso, di trovarsi di fronte ad una personalità caratterizzata dall’indubbio carisma acquisito da anni di frequentazione ai massimi livelli dello scenario interazionale».

 

Panorama.it                                                             Egidio Lorito, 04/01/2022

            

 

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