Il costituzionalista della Università Magna Graecia di Catanzaro, allievo di Temistocle Martines, si sbilancia su alcuni nomi in vista dell’elezione del successore di Sergio Mattarella. 

Tra accademici di chiara fama e politici di lungo corso, Ventura sostiene che «quando l’elezione del Capo dello Stato diventa un mero dibattito politico, anzi uno vero scontro partitico, assistiamo ad una ridondanza argomentativa del tutto fuori controllo, al punto che tutte le personalità indicate corrono seriamente il rischio di vedersi “bruciate”. Io stesso suggerirei dei nomi, avrei in segreto soprattutto un nome, ma soppeso bene il rischio cui fare andare incontro queste personalità».

Luigi Ventura, messinese, professore emerito di Diritto costituzionale presso l’Università degli Studi “Magna Græcia” di Catanzaro, dove insegna Diritto costituzionale II e Dottrina dello Stato, è stato per molti anni prima preside della facoltà di giurisprudenza e poi direttore del Dipartimento e di scienze giuridiche. In realtà, la carriera era iniziata nel 1970 in riva allo Stretto, allievo di quel Temistocle Martines, unanimemente considerato uno dei padri nobili tra gli studiosi del diritto costituzionale italiano, del quale cura, da oltre 15 anni, il celebre manuale “Diritto Pubblico”.
Panorama.it ha dialogato con l’autorevole costituzionalista senza esclusione di colpi: dallo stato della nostra democrazia alla recente proposta di ricorrere ad un semipresidenzialismo italico, dall’identikit del nuovo presidente della Repubblica. Un siciliano doc che ha trascorso la sua carriera nella vicina Calabria.      
Professore, uno sguardo di carattere generale: lo stato di salute della nostra democrazia. 
«Sarò sincero: stiamo vivendo il classico stato di grazia, perché l’accoppiata tra il presidente della Repubblica Mattarella e il presidente del Consiglio Draghi si sta rivelando la maggiore garanzia auspicabile e se fosse per me, la ripresenterei per un secondo mandato». 
Lei è tetragono su quest’accoppiata…
«Perché stanno assicurando, nel gran caos politico-sanitario – e mi riferisco alla drammatica vicenda della pandemia – quella base di tranquillità istituzionale la quale sola potrà condurci fuori dalla crisi che stiamo vivendo dal marzo del 2020. La scelta, caduta su una personalità di assoluto prestigio come Mario Draghi, è stata di sicuro conforto per lo stesso presidente Mattarella». 

In effetti Draghi è riuscito a riportare ordine anche tra i litigiosi partiti politici nazionali…
«Ricordiamolo questo passaggio, in che stato si trovavano i nostri partiti sino a qualche mese addietro! Erano allo sbando: poi, appena si profilò l’ipotesi di Draghi alla guida dell’esecutivo nazionale, la situazione venne, per incanto, a tranquillizzarsi. Non credo ci sia molto altro da aggiungere». 
A proposito: il nome di Draghi è l’ultimo in ordine di tempo per la guida del Quirinale…
«Molta della mia carriera accademica è stata dedicata proprio alla figura del Presidente della Repubblica, garante della Costituzione e dell’Unità nazionale e ho sempre sostenuto, in oltre cinquant’anni di accademia, che nel nostro Paese si sia raggiunta l’unificazione, ma non l’unità. Si badi, sono due concetti assolutamente diversi». 
Ce li spieghi, allora!  
«L’unità l’abbiamo raggiunta, temporaneamente, nel periodo dell’Assemblea costituente, quando le forze politiche, già divise ideologicamente, riuscirono a trovare una soluzione di compromesso che partorì la nostra stessa Carta costituzionale; poi l’unità venne nuovamente raggiunta durante i tristi “anni di piombo” quando l’obiettivo comune era la lotta contro il terrorismo. Forse, una forma di unità è stata trovata in questi mesi, quando ad unire le forze politiche è stata la lotta contro il Covid, che ha praticamente unito tutti partiti. Il resto della nostra storia costituzionale è caratterizzato da una dura contrapposizione partitica…». 
Pochi mesi ci separano dall’elezione del nuovo presidente della Repubblica.
«In virtù del ragionamento poc’anzi evidenziato, ci attendono mesi di grande scontro politico, di fermento istituzionale poco augurabile. Anche perché è appena iniziato il tradizionale elenco dei candidati e degli auto-candidati che finiscono, inevitabilmente, ad essere immolati nelle urne, come capita, ad esempio, al terzo scrutinio. Ricordiamo ancora l’esperienza di Romano Prodi, letteralmente “infilzato” dai suoi stessi pseudo-elettori». 
La politica sta alzando l’asticella dello scontro, proprio in questi giorni,
«Quando l’elezione del Capo dello Stato diventa un mero dibattito politico, anzi uno vero scontro partitico, assistiamo ad una ridondanza argomentativa del tutto fuori controllo, al punto che tutte le personalità indicate corrono seriamente il rischio di vedersi “bruciate”. Io stesso suggerirei dei nomi, avrei in segreto soprattutto un nome, ma soppeso bene il rischio cui fare andare incontro queste personalità».
Professore, qualche nome lo faccia, però, in nome dell’art. 21 della Costituzione. 
«Ah, bella provocazione. Marta Cartabia, per me sarebbe la candidata ideale perché ne conosco le doti professionali e la competenza istituzionale, come docente di diritto costituzionale e presidente emerito della Consulta. Ed è donna. S’immagini che novità deflagrante nel nostro panorama politico! Ma non vorrei che il suo nome finisse nel tritacarne politico-mediatico al quale credo proprio assisteremo. Non conto nulla, ma questo nome farà inevitabilmente breccia». 
E poi?
«Il messinese Gaetano Silvestri, presidente emerito della Corte Costituzionale, già membro del CSM e attualmente presidente dell’Associazione italiana dei costituzionalisti».
Tutti professori, suoi colleghi. Mi sa che lei è di parte… 
«Aspetti, le indico Pierferdinando Casini. Non mi dispiacerebbe, anche se lontano dalla mia formazione politica di base, perché incarna il leader politico di lungo corso del quale mai si è detto nulla di male».
Un altro me lo ha già fatto, praticamente.
«E glielo ripeto a caratteri cubitali. Sergio Mattarella, e non certo perché corregionale… Perché ha interpretato, in questi anni, nel modo più autentico, il valore dell’unità nazionale di cui parlavo sopra. Ha rappresentato il ruolo di garanzia della Costituzione e delle istituzioni. Insomma, per un costituzionalista, il massimo dell’aspirazione».
Lei sa bene che intervengono altri meccanismi nell’elezioni del presidente della Repubblica.
«Lo so. Appunto perché faccio il costituzionalista e non il politico…».
Intanto c’è stata la proposta del Ministro Giorgetti: Mario Draghi al Quirinale.
«Mi permetta: come ministro Giorgetti sta operando bene, ma la sua indicazione non può assolutamente essere perseguita perché aprirebbe le porte, necessariamente, ad una diversa forma di governo, ovvero quella definita semi-presidenziale, per la quale occorre una poderosa riforma costituzionale. Insomma Mario Draghi sarebbe un presidente della Repubblica con funzioni di governo. Inattuabile, oggi».
Si impone una scelta, difficile oltretutto.
«Delle due l’una: o Draghi, come sta facendo per la prima volta da quando mi occupo di questi argomenti, continua a fare alla grande il capo dell’esecutivo o passa a svolgere la funzione di presidente della Repubblica. Ora, sappiamo bene che le funzioni di Capo dello Stato, come quelle di tutti gli altri organi costituzionali, sono elastiche, anzi questi organi li rappresentiamo proprio come degli elastici, che si tendono fino a raggiungere il punto di rottura per poi tornare alla posizione di partenza. Si tratta della stessa teoria dei vasi comunicanti: quando si registra un deficit in un organo, l’altro subentra a supporto».
Insomma, lei vede continua a vedere ben Draghi a capo del Governo
«E’ il Cristiano Ronaldo del nostro governo, il fuoriclasse dell’attuale scenario politico nostrano. Può portarci alla vittoria con i suoi goal spettacolari. Fuori di metafora: traghettandoci fuori da questa tempesta…».
Anche perché la forma di governo semipresidenziale non è allo stato praticabile…«Ma figuriamoci! Occorre un progetto di revisione costituzionale, che poi dovrebbe essere approvato in due successive deliberazioni dalle due Camere; se venisse approvato a maggioranza qualificata dei 2/3 dei rispettivi membri, passerebbe alla promulgazione, mentre in caso di maggioranza assoluta è previsto il referendum costituzionale, che rimane una grande incognita. Non ci sono i tempi».

Un altro referendum…
«Certo, coinvolgendo l’intero corpo elettorale, professoroni compresi, come siamo stati definiti da colui che crede di essere un king maker, per come riportano le cronache della stampa».
Ovvero? 
«Suvvia, Matteo Renzi, che si è intestato il merito di aver condotto Mario Draghi alla presidenza del Consiglio. Non credo proprio che un giurista fine come Mattarella si sia fatto bypassare da Renzi, che non fa altro che interpretare il ruolo di politico, dopo aver fondato un partito del 2% ed aver tirato fuori dal Pd una sessantina di parlamentari». 
E allora che idea si è fatto della proposta-Giorgetti
«Francamente non saprei. Esistono evidentemente problematiche interne al suo partito, la Lega, che vengono sedate, come questa. Da studioso dei partiti politici, non reputo costituzionalmente corretto discutere all’interno di un partito per poi lasciare la decisione finale al leader dello stesso raggruppamento. Non è questo lo spirito dell’art. 48 della Costituzione. Giorgetti ha proposto, ma a decidere è stato Salvini. Un partito democratico prevede che esistano e debbano convivere posizioni diverse. Credo che il ministro Giorgetti, che, ripeto, sta lavorando bene, abbia voluto, in qualche modo, smarcarsi dalla posizione fortemente sovranista impressa dal leader Matteo Salvini. Ho questa impressione». 
Dal suo elenco manca Silvio Berlusconi… 
«Le riporto quanto dichiarato qualche giorno fa da Massimo D’Alema, riferendosi, appunto, all’ex premier: “non ci crede neanche lui”. Aggiungo che a mio avviso, sarebbe inadeguato per il passato e divisivo per il presente. Poi c’è il fattore età, i suoi ottantacinque anni si farebbero sentire».
Professore, ha fatto il nome di Massimo D’Alema…
«Rimane il mio sogno proibito. Oltre a conoscerlo personalmente, di lui apprezzo cultura ed intelligenza politica. Certo, sarebbe anche lui divisivo, anche perché attualmente ai margini della sua stessa area politica di riferimento. Ma non sarebbe inadeguato per il suo passato. Insomma, ne conosco le capacità politiche, che ho visto accrescersi e maturare in questi ultimi anni».
Intanto Mario Draghi non si è ancora pronunciato
«E ha fatto bene. Draghi sa bene che deve portare a conclusione un compito ben preciso, quello di attuare gli impegni che il nostro Paese si è assunto nei confronti dell’Europa. E’ un uomo di Stato che sta lavorando per il suo Paese. Se poi l’impasse istituzionale divenisse insormontabile, allora la via delle urne sarebbe inevitabile: e le elezioni, in democrazia, sono sempre una risorsa».    
Ha uno schema in mente?
«Certo: Mattarella, intanto, si è già tirato fuori da un secondo mandato; Draghi, idem, non essendosi neanche proposto. Dovremmo apprezzare la loro lealtà istituzionale, oltre che l’assoluto servizio che stanno rendendo alla nostra democrazia. E solo per questo andrebbero riproposti».
Insomma, lei li vedrebbe ancora in tandem
«Assolutamente sì».
Ci aspettano mesi effervescenti… 
«Mesi di chiacchiere. Dopo di che tutto si risolverà nel segreto dell’urna».

Panorama.it                                                                    Egidio Lorito, 07/11/2021

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