Panorama - Milano

Per Vittorio Daniele, economista dell'Università Magna Graecia di Catanzaro, è necessario «smentire luoghi comuni e pregiudizi». 

È dal 1861 che il dibattito sul divario Nord-Sud accompagna la storia del nostro Paese. Se ne discute da prospettive economiche e politiche, e talvolta anche psicologiche, a voler dar seguito a un articolo, pubblicato nel 2010 sulla rivista Intelligence, in cui lo psicologo Richard Lynn, classe 1930, già Emerito dell'Università dell'Ulster, azzardò una tesi ardita. Lynn sostenne che i divari socioeconomici e culturali tra Nord e Sud dipendessero, in un'ultima analisi, da differenze nel quoziente d'intelligenza: «In pratica, i meridionali, compresi quelli italiani, sarebbero in media meno intelligenti dei settentrionali e ciò spiegherebbe il ritardo del Sud». Nel suo ultimo libro Il Paese diviso. Nord e Sud nella storia d'Italia (Rubbettino 2020), Vittorio Daniele, ordinario di Politica economica all'Università Magna Graecia di Catanzaro, autore di numerose ricerche sui divari regionali, esamina le cause del ritardo meridionale, consegnandoci un'analisi ricca di dati che riserva delle sorprese e smentisce alcuni luoghi comuni, che Panorama.it ha evidenziato. 

Da 45 anni in Calabria, il sacerdote bresciano vive sotto scorta per essersi opposto alle prevaricazioni dei clan di Lamezia Terme. Fondatore della Comunità progetto Sud, ha portato la speranza ai disabili del Sud.

«Negli anni Settanta, a Brescia, anche quelli in carrozzina lavoravano», ricorda.

«Siamo stati catapultati, in così poco tempo, in un turbine di emozioni come mai era accaduto nella storia recente dell'umanità, tanto da essere stati costretti a rivedere tutte quelle certezze che come uomini e come psichiatri avevamo su argomenti quali l'intimità, la qualità dei sentimenti, il rapporto tra il cibo e l'amore, il ruolo della coppia, il desiderio, l'autostima, la gelosia, la bellezza, l'infedeltà, la seduzione». Il sessuologo Willy Pasini, 83 anni, spiega a Panorama.it le tracce lasciate sulle nostre vite da 13 mesi di pandemia. Come dire: l'intero universo uomo-donna filtrato attraverso le sapienti lenti della sessuologia e della psichiatria applicata, al fine di rileggere la pandemia e i suoi effetti collaterali sulla psiche. Già docente di psichiatria e di psicologia medica alla Facoltà di Medicina dell'Università di Ginevra e alla Statale di Milano, Pasini ha fondato la Federazione europea di sessuologia. Esperto all'Oms per i programmi di educazione sessuale e membro della Società di psicoanalisi, le sue ricerche spaziano dalla psichiatria sino alla ginecologia psicosomatica, dalla sessuologia clinica, allo studio delle malattie psicosomatiche. È autore di centinaia di pubblicazioni scientifiche e di molti best seller per Mondadori tradotti in 13 lingue.

Il celebre sessuologo ci spiega come la pandemia ha inciso sulla nostra sfera sessuale. E sottolinea come la mascherina sia un formidabile strumento di seduzione.

«Siamo stati catapultati, in così poco tempo, in un turbine di emozioni come mai era accaduto nella storia recente dell'umanità, tanto da essere stati costretti a rivedere tutte quelle certezze che come uomini e come psichiatri avevamo su argomenti quali l'intimità, la qualità dei sentimenti, il rapporto tra il cibo e l'amore, il ruolo della coppia, il desiderio, l'autostima, la gelosia, la bellezza, l'infedeltà, la seduzione». Il sessuologo Willy Pasini, 83 anni, spiega a Panorama.it le tracce lasciate sulle nostre vite da 13 mesi di pandemia. Come dire: l'intero universo uomo-donna filtrato attraverso le sapienti lenti della sessuologia e della psichiatria applicata, al fine di rileggere la pandemia e i suoi effetti collaterali sulla psiche. Già docente di psichiatria e di psicologia medica alla Facoltà di Medicina dell'Università di Ginevra e alla Statale di Milano, Pasini ha fondato la Federazione europea di sessuologia. Esperto all'Oms per i programmi di educazione sessuale e membro della Società di psicoanalisi, le sue ricerche spaziano dalla psichiatria sino alla ginecologia psicosomatica, dalla sessuologia clinica, allo studio delle malattie psicosomatiche. È autore di centinaia di pubblicazioni scientifiche e di molti best seller per Mondadori tradotti in 13 lingue.

Lo studioso ricostruisce il salto di qualità compiuto dalla criminalità organizzata calabrese  

Il 1980 cominciò con due funerali. Il primo dell'anno scomparve Pietro Nenni, e segnò la fine del socialismo di antico stampo, quello della lotta per i diritti sociali sostenuta dalla potente arte oratoria del suo leader carismatico. Il secondo, tragico dono dell'Epifania, vide il barbaro omicidio, a Palermo, di Piersanti Mattarella, quarantacinquenne presidente della giunta regionale siciliana: lo colpirono mentre di mattina stava recandosi con i familiari a messa, ed iconica è rimasta l'immagine del fratello Sergio, all'epoca professore di Diritto parlamentare che lo sorreggeva, ormai cadavere, nell'abitacolo dell'automobile in cui fu freddato. «Tante cose succedono nel 1980. Eppure, in tutte le narrazioni storiche o nelle cronologie generali che raccontano, più o meno sinteticamente, i fatti accaduti in quell'anno c'è un vistoso buco: la Calabria». Cambiamento, sperimentazione ed anticipazione sono le caratteristiche che la criminalità calabrese, la 'ndrangheta, per intenderci, impresse alla propria linea evolutiva in quel 1980, mutando definitivamente i suoi caratteri genetici che l'avevano per alcuni decenni identificata con il mondo agricolo e pastorale. «Oramai la mafia calabrese, senza abbandonare la terra, trasferisce molti dei suoi interessi in città e nel campo dell'edilizia: ai reati tipici dell'era legata all'agricoltura si sono aggiunti il contrabbando delle sigarette estere, il traffico di droga, il sequestro di persona, l'aggressione alle coste e la penetrazione nel settore del turismo. Adesso è arrivato il tempo di fare un salto, avventurandosi nelle regioni del centro e del nord, valicando gli oceani, immergendosi nei marosi dell'economia ed affrontando in termini nuovi il rapporto con la politica».

Errori giudiziari, tempi processuali dilatati, valutazione non serena e obiettiva, spettacolarizzazione mediatica. E poi ancora custodia cautelare, riforma della prescrizione e delle intercettazioni. Le problematiche che affliggono la giustizia penale nel nostro Paese sono sul tavolo del nuovo ministro Marta Cartabia.

«La giustizia è la prima virtù delle istituzioni sociali, così come la verità lo è dei sistemi di pensiero». Fu oltremodo tranchant John Rawls quando, vergando l'introduzione della sua opera più celebre, A theory of justice (Una teoria della giustizia), concluse che verità e giustizia fossero le principali virtù delle attività umane. A 100 anni esatti dalla nascita, Rawls è ricordato tra i massimi filosofi politici del ventesimo secolo e il suo è «considerato, fin dal suo apparire, come il più importante libro di filosofia politica in lingua inglese dopo il Leviatano di Hobbes», come ricorda il filosofo-politico Sebastiano Maffettone, curatore dell'edizione italiana nel 1982. Professore alla Harvard University, elaborò nel 1971 l'idea normativa di una giustizia come equità («as fairness»), cioè di una categoria che si ponesse come criterio fondamentale per l'organizzazione delle istituzioni politiche. Ovvero: la giustizia è realmente un'esigenza morale non condizionabile da non poter essere sostituita da altre esigenze.Panorama.it ha chiesto lumi ad autorevoli giuristi per capire meglio dove si nascondano i dilemmi della giustizia penale.

A oltre 31 anni dalla misteriosa morte del calciatore del Cosenza, la verità sembra vicina. La Procura di Castrovillari ha notificato l’avviso di chiusura delle indagini preliminari all’ex fidanzata Isabella Internò, indagata per omicidio volontario pluriaggravato  

In Calabria c'è una strada, la Statale 106 fra Reggio Calabria e Taranto, che si è guadagnata il triste appellativo di «strada della morte»: 491 chilometri che si fanno largo tra paesi e contrade e tutti tragicamente disseminati di lapidi e altarini commemorativi. Al chilometro 401, nel territorio di Roseto Capo Spulico, nel cosentino, a una manciata di chilometri dal confine con la Basilicata, ne balza subito agli occhi uno, trasformato ormai in una sorta di santuario laico: qui, la sera del 18 novembre del 1989, trovò la morte una giovane promessa del Cosenza Calcio, non cosentino e neanche calabrese, per la verità. 
Donato Bergamini, per tutti Denis, era nato 27 anni prima ad Argenta, a due passi da Ferrara. A Cosenza era arrivato nel 1985 conquistandosi subito i favori di una città intera che nei tre anni successivi lo avrebbe osannato come un idolo sino alla serie B, conquistata nel 1988, insieme all'amore della giovanissima Isabella Internò, classe 1969. Suicidio! Forse…

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